Il dato è di quelli che vanno continuamente aggiornati, perché ogni anno la Lista si allunga… E contemporaneamente l’itinerario nel Paese a ritroso nel tempo, nel cuore dell’arte e nell’interpretazione del Bello, si arricchisce di nuove affascinanti deviazioni. Tanto da prestarsi a essere percorso e ripercorso all’infinito, con la garanzia di sempre “nuove” sorprese.
Ce n’è davvero per tutti i gusti, per uno o più viaggi, per ogni epoca e stile, per il sacro e per il profano, per la primavera o per l’autunno, per l’estate o per l’inverno… Ogni spunto o stagione sono buoni per partire a caccia di luoghi straordinari. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, perché la Repubblica Ceca è tra le poche destinazioni al mondo a poter vantare una simile concentrazione di beni –tra materiali e immateriali- inseriti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Per cominciare a sognare e prepararvi a partire, potete consultare il sito www.unesco-czech.cz (disponibile anche in italiano) e costruirvi l’itinerario che più vi piace. Qualche suggestione, però, cominciamo a darvela qui noi, sfogliando insieme l’album delle meraviglie ceche targate Unesco.
PRAGA, UNICA E IRRIPETIBILE. SENZA ETA’

ČESKÝ KRUMLOV, VIAGGIO NEL PASSATO

Una bolla sospesa nel tempo. Un villaggio di fiaba, nel Sud della Boemia (non lontano dal confine austriaco), dove tutto appare fermo al Medioevo: il maestoso castello affacciato sulla Moldava, i vicoli acciottolati del centro, gli scorci nascosti, le piccole case l’una addossata all’altra, le taverne accoglienti… Una città-cameo, incastonata in paesaggi verdissimi, eppure una piccola metropoli cosmopolita, attraversata da un via-vai di turisti d’ogni angolo del mondo e soprattutto scossa da un fremito culturale continuo e dal respiro internazionale. Performance artistiche, concerti, spettacoli, pièce teatrali, festival musicali e rievocazioni storiche tratteggiano il volto moderno di Cesky Krumlov. La sua storia antica è legata invece alla potente dinastia dei Rosenberg (1302-1602) e ai loro successori. La sua posizione strategica ne fece cerniera sia politica che artistica tra la Boemia settentrionale e l’asse Italia-Austria-Baviera. Non a caso, i suoi monumenti sintetizzano stili come il Rinascimento italiano, il gotico, il barocco… Ne è prova lo splendido castello, secondo per grandezza e imponenza solo a quello di Praga, che racchiude tra le sue mura eleganti palazzi, il celebre Salone delle Maschere, il teatro barocco e il Padiglione Bellarie con il suo palcoscenico girevole e un parco-capolavoro.
HOLAŠOVICE, PERLA DI CAMPAGNA

Non solo città nelle mire competenti dell’Unesco. All’organizzazione di tutela non sono sfuggite nemmeno le perle rurali della Repubblica Ceca. Come Holasovice, borgo-gioiello in Boemia meridionale, alle porte di Ceske Budejovice, annesso alla Lista nel 1998. Un esempio raro di architettura rurale funzionale al lavoro di campagna: una grande piazza rettangolare su cui si affacciano 23 fattorie, che raggruppano 120 edifici collegati tra loro da muriccioli, archi e portoni. Fondato nel XIII secolo, il villaggio è oggi considerato il miglior esempio di architettura popolare barocca della regione, rinomata per le attività agricole e artigianali fin dal Medioevo. Molti edifici si presentano oggi nelle fattezze originarie, solo una piccola parte è stata restaurata o rimaneggiata nel XIX secolo, mentre la cappella intitolata a San Giovanni Nepomuceno è stata aggiunta al complesso nel 1755. In questa cornice unica si tiene ogni anno una grande festa rurale, con tanto di mercato medievale, mestieri dimenticati, artigianato tipico da tutta la Cechia, spettacoli e performance in costume.
TELČ, L’ARMONIA PRENDE FORMA
Dovevano avere in mente l’armonia gli architetti che progettarono Telc, pittoresca cittadina medievale adagiata nell’estremo lembo sud-occidentale della Moravia, a metà strada tra Praga e Vienna. Perla della regione Vysocina e circondata da grandi stagni, è formata da case e palazzi costruiti in modo da formare con le loro facciate e i portici un complesso equilibrato e armonioso appunto. Fondata nel XIII secolo al crocevia di importanti vie commerciali, Telc modificò e impreziosì il proprio volto nei secoli, assumendo sembianze barocche e rinascimentali. Questo è evidente in particolare nel castello, che fu rimaneggiato nel XVI secolo e che oggi sfoggia splendidi saloni ridondanti di decori e preziose collezioni d’arte, oltre a un raffinato giardino all’inglese. La stessa trasformazione toccò anche agli edifici del centro storico, affacciati sulla bella piazza secondo un progetto ben preciso e uniforme.
TŘEBÍČ, I LUOGHI DELLA FEDE

A Trebic, inserita nel 2003 nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, nel Medioevo hanno convissuto serenamente la fede cattolica e quella ebraica. Sotto tutela sono oggi l’ex ghetto di Zamosti e il cimitero ebraico, molto ben conservati, e la basilica romano-gotica di San Procopio. Quest’ultima risale alla metà del XIII secolo, ma nel tempo ha dovuto subire numerosi restauri a causa dei danni subiti, in particolare durante l’assedio della città da parte delle truppe ungheresi. A introdurre il visitatore nel cuore del ghetto ebraico sono ancora oggi un dedalo di viuzze, angoli segreti, porticati, passaggi angusti. Solo 3 edifici del quartiere sono andati perduti, il resto è ancora tutto lì: case, rabbinato, scuola, fabbrica, ospedale, macello, conceria e cimitero. Quest’ultimo è un monumento di particolare importanza: è il più vasto cimitero ebraico del Paese, con 3.000 lapidi e 11.000 tombe. Trebic dista 180 km da Praga e 60 da Brno.
VILLA TUGENDHAT (BRNO), UNO SGUARDO SUL FUTURO FUNZIONALE
Quanto a fascino, la “capitale” della Moravia ne ha di carte da sfoderare. Ma a colpire, nel 2001, la sensibilità dell’Unesco per i monumenti da salvare è stata Villa Tugendhat. Progettata nel 1928 dal rinomato architetto tedesco Ludwig Miese van der Rohe su commissione del titolare di una fabbrica tessile brunese, Fritz Tugendhat, la residenza fu presto abbandonata dai proprietari in fuga dai nazisti e quindi occupata e devastata dai tedeschi prima e dall’Armata Rossa poi. Oggi, dopo un attento restauro, è l’unico monumento di architettura moderna riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco in Repubblica Ceca. Il tour aperto al pubblico conduce, oltre che a visitare gli spazi abitativi e gli alloggi della servitù, alla scoperta dei retroscena tecnologici che caratterizzano la dimora, davvero avveniristica per la sua epoca, come l’impianto di aria condizionata, la chiusura automatizzata delle enormi porte-finestre, il sistema di fotocellule, il guardaroba “antitarme” per le pellicce dei benestanti padroni di casa e altre “diavolerie” mai viste prima di allora… E quanto a tempi moderni e nuove ere, va segnalato che proprio a Villa Tugendhat, nel 1992, si incontrarono i primi ministri Vaclav Klaus e Vladimir Meciar per siglare l’accordo sulla divisione della Cecoslovacchia. Gli interni sono elegantissima espressione del funzionalismo ceco, con richiami nei materiali a stili internazionali, vicini e lontani.
LEDNICE-VALTICE, LA NATURA AL COSPETTO DELL’UOMO
KROMĚŘÍŽ, TRA FINZIONE E REALTA’
È una storia di armoniosa compenetrazione tra architettura e ambiente, di legami forti tra gli edifici e i loro parchi, anche quella dei monumenti targati Unesco a Kromeriz: il palazzo arcivescovile con i giardini Podzamecka e i giardini Kvetna, fiorito capolavoro verde realizzato nel XVII secolo su ordine di Carlo II da Liechtenstein. Inserito nella Lista Unesco nel 1998, questo triangolo segna la fusione artistica ed estetica tra un palazzo e i suoi splendidi giardini. Il Podzamecka Zahrada, realizzato nel XVI secolo e poi più volte trasformato fino a conferirgli nel XIX secolo l’attuale stile inglese, è considerato con il palazzo arcivescovile monumento nazionale. Ben 47 ettari di opera d’arte in verde, il giardino si estende dal palazzo al fiume Moldava. Lo impreziosiscono, tra gli altri, corsi d’acqua, stagni, monumenti romantici, un colonnato e una pagoda cinese. Nel Kvetna Zaharada, c’è anche lo zampino degli italiani: il giardino barocco fu influenzato dagli stili olandese e italiano e porta la firma, tra gli altri, degli architetti Filiberto Lucchesi e Giovanni Pietro Tencalla. L’immagine simbolo del giardino è la “rotonda” (in realtà ottagonale) al suo centro, cornice di insuperabili composizioni floreali e sede di un alto pendolo di Foucault che vi troneggia dal XIX secolo. Imperdibile, poi, la Galleria dei Fiori, colonnato di quasi 250 metri, interamente affacciato sul parco e decorato internamente con statue, sculture, busti e pilastri. Il palazzo arcivescovile e i suoi parchi sono contemplati come uno tra i progetti barocchi più fini e ambiziosi, capace di influenzare l’architettura europea dell’epoca. Tra l’altro, è tra i meglio conservati. Kromeriz, ribattezzata l’”Atene della regione di Hana” è una città pittoresca, elegante, ricca di storia, nota al grande cinema per aver ospitato i ciak del film “Amadeus” di Milos Forman. Siamo a 50 chilometri circa da Brno.
OLOMOUC, UNA “COLONNA” DEL TURISMO RELIGIOSO
È la quinta città della Repubblica Ceca per importanza, ma tra le prime in fatto di pellegrinaggi, sede tra l’altro dell’arcivescovado di Moravia. Nel 2000, l’Unesco ha inserito nella sua Lista la singolare Colonna della Santissima Trinità che troneggia nella piazza principale. Il monumento barocco, eretto tra il 1716 e il 1754, rappresenta tra l’altro la più vasta collezione di statue in un unico pezzo mai realizzata in Europa centrale. Alta 35 metri, appare come un appassionato e sofferente groviglio di personaggi, tale da contenere e praticamente nascondere al suo interno addirittura una piccola cappella. Singolare il mix non solo di stili, ma anche di materiali impiegati per realizzare la colonna: pietra e rame rivestito d’oro.
LITOMYŠL, A CASA DI SMETANA
A Litomysl, in Boemia orientale, a circa 200 chilometri da Praga, in quella che era la birreria di corte, nacque Bedrich Smetana, grande compositore ceco, celebre per aver regalato ai suoi connazionali e al mondo intero le note della Moldava. Come una melodia appare al visitatore anche il castello di Litomysl, costruito nel XVI secolo e “adocchiato” dall’Unesco nel 1999. Superbo esempio di castello ad arcate -architettura rinascimentale di ispirazione italiana, che si apre con splendidi porticati- e sorto in luogo di un antico monastero, ha subito interventi successivi che hanno però interessato per lo più gli interni, mentre gli esterni sfoggiano ancora graffiti (oltre 8000, tutti diversi) e decori originari sulle facciate, alcune opere di artisti italiani dell’epoca. Pur fedele ai fasti del passato è oggi anche un moderno sito culturale, dove vengono organizzati mostre ed eventi. Siamo in Boemia orientale e il castello, così come la città, sorse lungo un’importante via di collegamento tra Boemia e Moravia. Il maniero ospita anche un pregevole teatro barocco, con scenografie originali. A essere accolto sotto l’ombrello protettivo è anche il suo bellissimo parco, originariamente alla francese, ma oggi rivisto con anche richiami allo stile inglese e decorato con un padiglione e statue barocche.
TUTTE LE STELLE DI SAN GIOVANNI NEPOMUCENO
Tutti i pellegrinaggi sono protetti da una buona stella, ma se la meta è il santuario settecentesco di San Giovanni Nepomuceno (patrono di Boemia), non lontano da Zdar nad Sazavou, la stella è anche l’elemento architettonico predominante. Questo luogo sacro, capolavoro di uno straordinario e originale stile ceco che sposa e rielabora i dettami del gotico e del barocco, è nella Lista Unesco dal 1994. A firmarlo fu il grande architetto barocco boemo (ma dalle chiare origini italiane) Giovanni Biagio Santini, che amava ricorrere nelle sue opere ai numeri con significato iconografico. Quello scelto per questo santuario è il cinque, simbolo di vita ed esperienza umana. Il numero ricorre ovunque: la chiesa ha la forma di una stella a cinque punte, presenta cinque porte e cinque cappelle con altrettanti altari. E non mancano nemmeno i multipli: è circondata da porticati, voluti per proteggere dal maltempo il cammino dei pellegrini, a forma di stella a dieci punte. La storia della città di Zdar nad Sazavou, a 120 km da Praga, è profondamente legata all’ordine dei monaci cistercensi, che qui avevano fondato un importante monastero, dismesso soltanto nel 1784. Proprio all’abate superiore del convento si deve la costruzione del santuario-gioiello in cima alla collina verde (Zelena Hora).
KUTNA HORA, MINIERE D’ARGENTO E DEVOZIONE D’ORO
Non lontano da Praga, Kutna Hora (a una sessantina di chilometri dalla capitale) nel Medioevo fu seconda solo a Praga, grazie alle sue miniere d’argento. Proprio all’estrazione del metallo prezioso deve il suo passato glorioso e ricchissimo, che si è tradotto tra l’altro in monumenti di straordinario valore. L’Unesco nel 1995 ha inserito nella sua Lista la Cattedrale di Santa Barbara, intitolata alla protettrice dei minatori, e quella dell’Assunta nella vicina Sedlec. La prima, in stile alto gotico, è uno dei più pregevoli esempi di architettura tardo-medievale in Repubblica Ceca. A fondarla furono gli stessi minatori, che reclutarono importanti architetti a Praga. Tra questi, anche Jan Parler, figlio di Petr Parler, che collaborò alla costruzione della Cattedrale di San Vito nella capitale. Non sorprenda quindi la somiglianza con il capolavoro praghese… Al suo interno è ospitata una notevole collezione di dipinti gotici e rinascimentali, databili dal XV secolo in poi. Il monastero di Sedlec è un complesso mirabile, che comprende tra l’altro una monumentale chiesa gotico-barocca intitolata a Maria Assunta e una singolare cappella funebre che è più che altro un ossario, le cui pareti sono magistralmente quanto macabramente decorate con teschi e ossa umane.
LA REGIONE MINERARIA DEI MONTI METALLIFERI
Al confine tra Repubblica Ceca e Germania, ritagliata tra il Parco Nazionale della Svizzera Boema e il cosiddetto Triangolo Termale della Boemia occidentale, l’area ai piedi dei Monti Metalliferi, ricca di miniere praticamente inesauribili, è stata sfruttata fin dal XII secolo e nel Rinascimento era la principale fonte di argento per l’intera Europa. Lo dimostra la storia del famoso tallero di Jachymov, la moneta d’argento coniata proprio in Boemia, che è rimasta in circolazione in Europa per più di tre secoli e ha poi ispirato il nome del dollaro americano. Se a partire dal Medioevo è stato l’argento a scrivere la storia di questi luoghi, dalla metà del XIX secolo il protagonista è stato l’uranio. Dopo che Pierre e Marie Curie ebbero isolato il polonio e il radio dalla materia prima estratta qui nel 1898, le miniere dei Monti Metalliferi conservarono il monopolio mondiale nella produzione di radio fino alla Prima guerra mondiale. Nel 1906 nacquero in questa zona anche le primissime terme al radon al mondo: l’acqua radioattiva proveniente dalle miniere veniva impiegata efficacemente nella cura dei disturbi dell’apparato motorio. Successivamente, le miniere boeme conobbero ancora maggiore fortuna grazie alla corsa agli armamenti… Basti pensare che, ahinoi, l’uranio locale, esportato principalmente nell’allora URSS, fu impiegato nella costruzione della prima bomba atomica sovietica, testata nel 1949. La storia di questi luoghi all’epoca è tristemente legata alla costruzione di campi di lavori forzati, le cui porte si aprivano soprattutto per i prigionieri politici. Grazie all’elaborazione, a cavallo tra i due secoli, di nuove tecniche di estrazione dei minerali e di sfruttamento delle risorse naturali, il sito boemo ha potuto restare attivo per circa 800 anni, giocando un ruolo determinante –anche a livello europeo e mondiale- in fatto innovazione e invenzione in campo minerario e metallurgico. Le antiche miniere sono oggi visitabili e le terme al radon tuttora in attività. Il sito è sotto tutela Unesco dal 2019.
IL TRIANGOLO DELLE… ANTICHE TERME
Karlovy Vary, Marianske Lazne e Frantiskovy Lazne sono tre perle di benessere dalle architetture bellissime. Note fin dai tempi degli antichi romani e meta prediletta da teste coronate e personaggi illustri nei secoli più recenti, queste stazioni di cura ceche portano ancora oggi il segno di un passato di eleganza e gloria. Con quell’atmosfera un po’ rétro che certo non guasta, sfoggiano un singolare patrimonio architettonico, il cui valore non è sfuggito all’occhio attento dell’Unesco, che nel 2021 ha inserito nella sua celebre Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità il cosiddetto Triangolo Termale ceco. Punte (di diamante) del triangolo sono Karlovy Vary (fondata da Carlo IV, re di Boemia e imperatore del Sacro Romano Impero, ma oggi dall’aspetto prevalentemente rinascimentale), Marianske Lazne (gioiello di architetture liberty e neoclassiche, ma c’è anche un favoloso colonnato neo-barocco) e Frantiskovy Lazne (che conserva intatte le atmosfere dei primi ‘900, con i tipici edifici e padiglioni in stile neoclassico). Al trio è stato riconosciuto il valore di testimoni eccellenti dell’epoca d’oro del turismo termale e di quel bel mondo che vi ruotava attorno. Un mondo fatto di lusso ed eleganza, in cui si muovevano disinvolti reali, aristocratici, letterati e vip del tempo. Delle acque benefiche, del contesto ispiratore e del “jet set” di allora hanno goduto, tra gli altri, Goethe, Metternich, Chopin, Twain, re Edoardo VII d’Inghilterra e lo zar Pietro Il Grande.
SUA MAESTA’ IL CAVALLO. LE SCUDERIE DI KLADRUBY
In Boemia orientale, non lontano da Pardubice e a un centinaio di chilometri da Praga, quella di Kladruby è la scuderia più antica al mondo, costruita nel 1579 per gli Asburgo e punto di riferimento per il dressage di cavalli da cerimonia e da tiro. Dopo 400 anni, i padroni di casa sono ancora i Kladruber bianchi, la più antica razza di cavalli cechi, unica al mondo a essere allevata specificatamente per il traino di carrozze reali e imperiali. Gli esemplari bianchi erano infatti sempre destinati alle cerimonie aristocratiche, mentre i morelli erano al servizio dei dignitari della Chiesa. Tra le carrozze di valore oggi esposte nella Scuderia, anche quella del primo presidente ceco, Masaryk. Accoccolato nella piana dell’Elba, il complesso di Kladruby è molto vasto e comprende terreni sabbiosi, prati, pascoli recintati e zone boschive ed è tuttora in attività: aperto al pubblico, organizza numerosi corsi, concorsi, esposizioni, cerimonie e parate. Sfoggia la bandiera Unesco dal 2019.
CULTURA DA BERE. IL PAESAGGIO DI LUPPOLO DI ZATEC
Piccolo gioiello artistico incastonato nel distretto di Louny, in Boemia, la cittadina storica di Zatec con il suo prodotto di punta, una rara e pregiata qualità di luppolo, rappresenta l’ultima (ma non ultima) acquisizione nel bottino ceco di siti Unesco. Il riconoscimento –che include il centro storico della città, i luppoleti lungo il fiume Ohre, gli essicatoi dai tetti rossi e dalle ciminiere svettanti, i locali per l’imballaggio, i magazzini, i luoghi destinati al commercio- è infatti del 2023. Immersa in una regione fertile e verde, che per la sua tipicità è richiestissima (insieme ai vicoli del centro storico) come set per produzioni cinematografiche internazionali, Zatec è una cittadina antica affascinante e… dissetante. Del suo patrimonio storico e culturale è infatti parte integrante il cosiddetto oro ceco, il pregiato luppolo rosso Saaz (dal nome tedesco di Zatec). Si tratta di una specie dalle radici storiche (si parla di 7000 anni!) e dall’altissima qualità, molto apprezzata dai mastri della rinomata birra ceca e ingrediente imprescindibile delle etichette più richieste nel panorama internazionale delle Pilsen lager, tra cui anche la Guinness irlandese e la Stella Artois belga. La sua coltivazione non ha dato solo un’impronta economica e una fama internazionale a Zatec, ma ne ha plasmato il paesaggio, ammantato poeticamente dai verdi tralci rampicanti, carichi di preziosi e pregiati coni che paiono lanterne. Quei luppoleti tanto caratteristici sono dunque si sostentamento, ma anche bellezza pura e intorno a loro ruotano un mestiere e una cultura antichi, preservati e perpetuati dalla gente del luogo per l’umanità intera.
C’È UN TESORO NEL BOSCO… DI FAGGI

Altro paesaggio raro del suolo ceco a non essere sfuggito alla sensibilità Unesco è il grande bosco inviolato di faggi (ma non solo) che ammanta il versante nord-orientale dei Monti Iser. Non è, ovviamente, un bosco qualsiasi, bensì un polmone verde dallo straordinario valore naturalistico, inserito nella riserva naturale dei Monti Iser, appunto. In pratica, una distesa fitta e verdissima di faggi secolari che, seppur meritevole da sola del riconoscimento Unesco, lo condivide con altri 99 siti –in 12 Paesi del vecchio continente- sotto il nome di Foreste primordiali dei faggi dei Carpazi e di altre regioni d’Europa. L’unicità di questo luogo parte già a monte, nel vero senso della parola: la geomorfologia ripida e aspra di queste montagne le rende poco accessibili, preservandole dall’escursionismo di massa e da sconsiderati interventi antropici. E’ così che si è salvata, intatta e ancora selvaggia, anche la foresta di faggi. La speranza è che continui a mantenersi integro un patrimonio di alberi che già sfoggiano in gran parte oltre 100 anni e che, salvaguardati, possono ambire a una aspettativa di vita di 350 anni. Sebbene il faggio, con tutte le sue meravigliose caratteristiche, sia il re indiscusso della foresta, ad affollare (e rendere magico) questo luogo di fiaba sono anche tanti altri suoi sudditi: sorbi, tigli, abeti, abeti rossi, querce… la cui veneranda età, in alcuni casi, arriva a toccare i due secoli. Questo paesaggio già unico e silenzioso –alla cui primitiva bellezza contribuiscono anche affascinanti conformazioni rocciose vestite di muschio, accarezzate da ruscelli e sferzate da cascate- custodisce un cuore ancora più segreto e inviolato: un’area non solo protetta, ma completamente integrale. Questa “bolla” di bosco dal 2007 è sottoposta a una politica di non intervento: animali e vegetali che la abitano non solo non vengono minacciati, ma sono lasciati liberi di crescere, evolvere e deperire come natura loro impone. Ceduta a uno sviluppo assolutamente spontaneo, quest’area è un esempio raro di foresta mitteleuropea, altrove andata perduta o artificiosamente modificata.
LA CAVALCATA DEI RE. ATTRAVERSO I SECOLI
Tra i tanti beni materiali e immateriali sotto l’effigie Unesco di cui può farsi vanto la Cechia, c’è anche l’antica tradizione della Cavalcata dei Re. Assai popolare un po’ in tutta la zona della Moravia orientale, chiamata Slovazko, a Vlcnov –tra i centri vinicoli maggiormente apprezzati del territorio- ha la sua rappresentazione più scenografica, in calendario puntualmente ogni anno, a fine maggio. Con un variopinto e coreografico tuffo nel passato, si rievoca l’episodio del 1469, che vide il re ungherese Mattia Corvino protagonista della fuga, tra l’astuto e il farsesco, dalla battaglia persa contro re Giorgio di Boemia, nei pressi di Uherske Hradiste. Per sfuggire all’esercito boemo, infatti, si travestì da fanciulla. Onde evitare che il vocione lo tradisse, stringeva tra i denti una rosa bianca…
La festa primaverile, con grande sfoggio di abiti e costumi tradizionali e di addobbi coloratissimi, sotto tutela Unesco dal 2011, è diventata anche la perpetuazione del rito popolare di ufficializzazione del passaggio dei ragazzi ad adulti. A impersonare re Mattia I d’Ungheria (detto Corvino), infatti, è proprio un ragazzo, che -elegantemente camuffato con un prezioso copricapo dai lunghi nastri ricamati cascanti sul viso e con l’immancabile rosa bianca in bocca- in sella a un bianco destriero bardato a festa, scortato dai suoi cavalieri, si muove tra gente festosa, che si prodiga in danze e omaggi. Una parata fortemente simbolica sì, ma anche una sfilata incredibile di splendidi costumi in un tripudio di nastri, fiori, pizzi e ricami, cui fanno da colonna sonora strumenti d’epoca, come il cimbalom (o salterio ungherese). Non mancano danze, tra cui le sfide nel caratteristico verbunk (ballo maschile con salti e acrobazie, anch’esso sotto tutela Unesco). In una giostra di colori, saperi e sapori d’altri tempi, la Cavalcata dei Re fonde storia, leggenda e folklore in una festa tra sacro e profano davvero unica, che avvicina popolo e nobiltà in nome della terra e delle sue tradizioni.
VA’ DOVE TI PORTA IL VENTO. LA FALCONERIA
L’antica arte della falconeria risale a oltre 4000 anni fa… Nata, forse nelle steppe del Medio Oriente, come tecnica di caccia non rappresenta affatto uno sfruttamento del volatile per la sopravvivenza dell’uomo, bensì una relazione profonda tra quest’ultimo e il rapace. Dall’alba dei tempi il falco caccia la sua preda, in un ambiente e in un equilibrio naturali di cui sono entrambi protagonisti, tra tattiche rispettivamente di cattura e di fuga in perpetua evoluzione. Il falconiere, che addestra il rapace, sa che entrambi -predatore e preda- hanno bisogno che questo equilibrio venga rispettato e preservato. Quella del falconiere è una vera e propria arte, fatta di un linguaggio e di gesti che solo il falco e il suo addestratore comprendono. Un mestiere rispettoso tramandato di padre in figlio nei secoli, per centinaia di generazioni, e oggi gelosamente preservato in diversi angoli del mondo non solo da chi lo ha scelto, ma anche dalla stessa Unesco, che lo ha dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità e lo tutela in quanto pratica messa a rischio di estinzione dai ritmi e dall’urbanizzazione dei nostri tempi. Nella “danza” empatica tra falconiere e falco, con i suoi rituali, i suoi costumi e i suoi equipaggiamenti, sono infatti riassunti arte, artigianato, tradizioni, canti, arte, poesia e saperi antichi. Il riconoscimento Unesco, del 2010, è seguito a una candidatura congiunta di ben 11 Paesi del globo, tra cui la Repubblica Ceca, ed è condiviso da ben 24 nazioni. A tutela di una maestria antichissima eppure a suo modo moderna: i falconieri oggi non solo contribuiscono a preservare rapaci a rischio estinzione, come il falco pellegrino, ma aiutano persino il traffico aereo lanciando, nelle aree limitrofe agli aeroporti, falchi addestrati all’inseguimento di stormi di uccelli che metterebbero altrimenti a rischio le operazioni di volo.
FINCHE’ LA ZATTERA VA, LASCIALA ANDARE. CHE È UN CAPOLAVORO
Un’altra maestria antica che va oltre i confini, accomunando più Paesi, allontana la frontiera dell’oblio grazie al recente ottenimento –nel 2022- del fregio (e della tutela) dell’Unesco. Un riconoscimento condiviso con Germania, Austria, Lituania, Polonia e Spagna che portano avanti sapere e sapienza unici. Grazie alla Lista dei Beni Immateriali dell’Umanità, a essere salvato dall’estinzione è ancora una volta un mestiere remoto e unico, che non è solo un fatto di manualità, ma di cultura a tutto tondo. Stiamo parlando dell’arte di produrre, ma anche di condurre, le gigantesche zattere (spesso anche in versione multipla e snodabile) fatte di enormi tronchi, che fin dall’XI secolo solcano (la tradizione sopravvive ancora oggi) fiumi e canali dell’Europa Centrale. Trattandosi non di “sola” produzione, che è comunque piuttosto complessa e perpetuata ancora con attrezzi e metodi di un tempo, ma di una vera e propria tradizione culturale sviluppata attorno a questi antichi mezzi, è facile comprendere che non può obbedire ai moderni confini geografici. La mega-zattera –una sorta di grande chiatta tutta al naturale e incredibilmente moderna nella sua eco-sostenibilità- non avrebbe motivo di essere senza il suo pilota (al tempo delle corporazioni detto zattiere), che si trova a manovrare tra correnti impetuose un natante dalle dimensioni davvero impegnative. Per il suo difficile e anche pericoloso mestiere non può quindi prescindere dalla conoscenza approfondita del mezzo e contemporaneamente della sua storia. Tutto nelle zattere artigianali –dal tipo di legno alle proporzioni, dai mezzi di assemblaggio e fissaggio dei tronchi fino al posizionamento a bordo di eventuali capanne in paglia per l’equipaggio- ha radici profonde, legate alle caratteristiche di queste terre (e di queste acque), alle dimensioni dei canali (in particolare quelli sotterranei) e al tipo di destinazione d’uso. Se è vero, infatti, che nascono per la fluitazione del legname, le zattere vengono ben presto impiegate anche per il trasporto di sale, miele, carbone, pietre e sabbia, nonché come “traghetti” per persone.
Le associazioni di tutela e conservazione del Timber Rafting, questa la denominazione internazionale, in Repubblica Ceca da anni si adoperano –con musei, mostre, dimostrazioni, rievocazioni e corsi speciali- perché non vadano perdute la maestria della costruzione, le capacità di navigazione, la terminologia tipica (fortemente influenzata dal tedesco), l’abbigliamento d’epoca e persino i canti, le musiche e i rituali folkloristici legati al mestiere.
BLU DI PERSIA? NO, DI CECHIA, AUSTRIA, SLOVACCHIA, UNGHERIA E GERMANIA
Una maestria antica che va oltre i confini, che accomuna più Paesi in fatto di tradizione e passione, non può che essere considerata patrimonio di tutti. E chi meglio dell’Unesco, per sancirlo? I gesti sapienti tramandati dai tintori della Mitteleuropa, dove ancora oggi i tessuti Blaudruck -dall’inconfondibile blu indaco e dai disegni a stampo- sono un’eccellenza inimitabile. Tovaglie, selle per la tavola, tendaggi, costumi tipici, camicie, grembiuli, sciarpe e foulard, scamiciati per bambine, borse di tela, cuscini, gilet, pupazzi… da secoli e secoli questa tipica tecnica artigianale di tintura del lino e del cotone di blu indaco -rigorosamente dopo averla decorata con disegni impressi con stampi di legno e metallo cosparsi di colla naturale, perché rimangano bianchi- è regina dell’arte tessile in tutto il Centro Europa. L’effetto dei decori –fiori, foglie, ghirigori ma anche disegni geometrici- che sembrano stampati e invece semplicemente non si sono, come invece il resto del tessuto, impregnati del blu intenso durante la tintura, è talmente elegante e delicato, che ricorda quello di fragili stoviglie artistiche, tanto che questo tipo di lavorazione è soprannominata “porcellana”. Una vera e propria arte tintoria, dalle probabili, lontanissime origini indiane e orientali, che a partire dal XVII secolo ogni Paese della Mitteleuropa ha poi elaborato in una sua personale interpretazione, pur partendo dalla stessa tecnica: la stoffa, precedentemente impressa con i motivi prescelti, viene tesa e immersa in enormi catini contenenti acqua e pigmento, quindi tolta dall’acqua colorata e lasciata a colare la tintura in eccesso e asciugare. Un procedimento tutt’altro che semplice, che richiede passione ed esperienza e che si tramanda di generazione in generazione con passione. La stessa dei mastri artigiani (ormai soltanto due in Cechia) che realizzano e restaurano gli stampi, con l’impronta scolpita direttamente nel legno o realizzata in ferro e incastonata nella matrice. In Repubblica Ceca oggi sono soltanto un paio le aziende specializzate nella Blaudruck, ancora a conduzione familiare.
MINUTE E MINUZIOSE PERLE. DI VETRO SOFFIATO
Alle minuscole, fragili e luccicanti sfere soffiate nel vetro e lavorate rigorosamente a mano esclusivamente nel piccolo Comune di Ponikla (e in nessun altro luogo al mondo) non poteva non arrivare il prestigioso fregio Unesco. Non più, quindi, “solo” decorazioni uniche, ma testimoni di una cultura e una tradizione assolutamente da difendere. In quel lembo di estrema Boemia che confina con la Polonia, ai piedi dei Monti dei Giganti, luccica uno dei più belli ma forse meno conosciuti vanti dell’artigianato ceco. Fin dall’inizio del XX secolo, nella cittadina di Ponikla un’unica, storica azienda –la Rautis- produce ancora con gli stessi gesti e con gli stessi segreti preziose micro-palline di vetro soffiato, poi infilate in collane, assemblate in spille e orecchini, esaltate in raffinate decorazioni per la tavola, per la casa, per abiti e per costumi teatrali. Il cristallo di Boemia è noto in tutto il mondo, se ne conoscono la storia, i prodotti tradizionali e le nuove interpretazioni di design, ma questa piccola meraviglia di nicchia nell’antica arte vetraia ceca è ancora sconosciuta ai più. Fragile in tutti i sensi, oggi come oggi praticata soltanto qui, grazie alla lungimiranza dei Rautis, si sviluppa all’inizio del 1900 nel villaggio, in un’area fin lì dedita quasi esclusivamente alla tessitura. Già allora le piccole sfere luccicanti venivano declinate in più forme, colori e lavorazioni, ma a partire da metà del secolo la produzione si concentrò sulle decorazioni natalizie: catene, stelle, fiocchi di neve, angioletti e altre figurine, animaletti colorati per abbellire l’albero e non solo. Oggi il laboratorio Rautis –unico al mondo in questa specifica attività- riesce, senza tradire con le macchine la tradizionale produzione manuale, a realizzare una sfavillante offerta di circa 150 mila pezzi l’anno, sulla base di 20 mila modelli diversi. Se la maestria tramandata nei secoli da soffiatori, tagliatori, decoratori e infilatori è la grande forza di Rautis, infatti, il suo tesoro inestimabile sono proprio i modelli. Accanto a quelli nuovi creati in risposta alle ultime tendenze, l’azienda gelosamente conserva (e utilizza) ancora gli “stampi” originali, ispirati per lo più a oggetti di uso quotidiano, mezzi di trasporto e animali. Come nasce la magia eterna delle perline di Ponikla? Oggi come un tempo, il mastro perlaio soffia il vetro, dà forma a brevi file di perline (tonde, oblunghe, quadrate, rettangolari, lisce o sfaccettate) grazie allo stampo, quindi le raffredda nell’acqua e, mentre la materia prima è ancora duttile, le uniforma massaggiandole con le mani. Una volta che gli stecchi di perline sono freddi, passano alla tintura (oro, argento e infinite altre sfumature), alla pittura, alla smaltatura ed eventualmente a un tocco di polveri colorate. Si procede quindi a tagliarli per “liberare” i singoli pezzi, che vengono poi molati per essere infine infilati o assemblati nel prodotto finale, senza eguali. Fatto a mano e fatto in casa, perché fin dagli albori di Rautis, la catena produttiva anticipava di secoli lo smart-working: la ditta forniva la materia prima agli artigiani, che la lavoravano al proprio domicilio, quindi ritirava il prodotto semifinito e lo completava nei propri laboratori. E così continua a fare.
UOMINI, SI BALLA! IL VERBUNK
Improvvisata, mai uguale, quindi inimitabile. Dalla tradizione immemore, il Verbunk è la tipica danza maschile dell’area etnografica dello Slovazko, nella Moravia sudorientale. Il nome deriva dal tedesco Werbung, nel senso di “reclutamento”, con riferimento alle sue origini storiche, quando nel XVIII secolo accompagnava le cerimonie per la scelta di soldati e ballerini militari per l’esercito. Scatenata, incontenibile, colorata grazie ai caratteristici costumi, priva di regole coreografiche e passi stabiliti, viene sempre preannunciata da un canto popolare. Libera, come detto, dagli schemi è un inno alla spontaneità e all’improvvisazione, ma nonostante questo si possono distinguere ben sette declinazioni in altrettante aree del territorio. Solitamente nasce in modo naturale, nell’ambito di feste e sagre paesane, ma può essere anche portata in scena in veri e propri spettacoli folkloristici. Piroette, salti, rimbalzi, giravolte, colpi di tallone, corpo a corpo, liberi movimenti, applausi e acrobazie, accompagnati da musica e canti, ora lenti ora veloci, sono diventati anche protagonisti di Festival dedicati e di competizioni regionali. L’effige Unesco è arrivata nel 2005.
SU LA MASCHERA! E CARNEVALE SIA, PER SEMPRE
Se oggi il Carnevale fa parte di una cultura pressoché mondiale e i modi di festeggiarlo siano per lo più globalizzati in un turbinio di paillette, carri, giochi pirotecnici, parate dai toni chiassosi, si tratta in realtà di una ricorrenza antica, festosa sì, ma –dietro una cortina di rituali pagani- pur sempre di carica di riferimenti religiosi. Una sorta di abbuffata –di cibo ma anche di spensieratezza- prima del digiuno imposto dalla Quaresima (Carnevale, da carnem vale ovvero addio carne: da qui in poi si mangerà di magro). La vera origine e la vera natura del Carnevale, quindi, sono oggi da ricercare nei piccoli paesi, nelle campagne, nelle vallate. Così anche in Cechia. A Hlineck, nella regione di Pardubice, e in altri villaggi della zona le maschere e le tradizioni ad andare in scena sono ancora quelle di un tempo. Il Martedì Grasso un uomo in costume, accompagnato da una banda di ottoni, si presenta di casa in casa dove verrà accolto da canti, musiche e dolcetti, ma anche e soprattutto da preghiere di salute e fortuna. Il corteo si conclude poi con la mattanza simbolica della giumenta, ovviamente una maschera. La condanna a morte dell’animale per i peccati commessi, con tanto di lettura del testamento, ha chiare intenzioni evocative (nonché ironici riferimenti a fatti ed eventi accaduti nel villaggio) e, infatti, la giumenta viene infine fatta rivivere: dopo l’inverno torna sempre primavera… Di contorno alla festa, ecco danze, giochi, scherzi, canti e gastronomia tipica.
TRADIZIONI APPESE AI FILI. DI ANTICHE MARIONETTE
Non solo l’arte di costruire e agghindare personaggi in legno, ma tutto quello che –tra esperienza e creatività- ruota intorno al favoloso mondo delle marionette, i cui spettacoli in Cechia hanno radici lontane, dal 2016 è sotto tutela Unesco. Il teatro di figura è infatti riconosciuto come un fenomeno culturale e sociale, con quel suo fascino capace di attrarre grandi e bambini da ogni dove e in ogni dove e con quel suo scanzonato modo di trasmettere messaggi importanti. Sul suolo ceco è arrivato grazie ai burattinai nomadi che, con i loro show itineranti, hanno subito stuzzicato la fantasia di un popolo che ha saputo cogliere il potenziale di questo tipo di spettacolo, non solo dal punto di vista dell’intrattenimento, ma anche della divulgazione. Proponendo i teatrini in ceco, infatti i marionettisti locali sono stati parte attiva della sensibilizzazione nazionale. Dietro il sipario fantocci-caricatura e dietro di loro un antico mestiere che richiede talento a più livelli –intaglio, pittura, taglio e cucito, recitazione ecc. – e che non si impara, almeno non del tutto, a scuola. Un mix di saperi che si tramandano di padre in figlio e che coinvolgevano contemporaneamente diverse generazioni. Il teatro di marionette a conduzione familiare a partire dagli Anni ‘20 del XIX secolo diviene un fenomeno a tutti gli effetti, in tutto il territorio cecoslovacco. Ecco perché a proporre la candidatura alla Lista Unesco sono state congiuntamente Repubblica Ceca e Slovacchia che, al di là di qualsiasi nuovo confine, continuano a condividere questa lunga.